Di Antonella Totaro, Materia Rinnovabile / Renewable Matter

Di fronte alle crescenti evidenze e conseguenze del cambiamento climatico, la ricerca di soluzioni sostenibili non è mai stata così urgente. Guardando sotto i nostri piedi e tornando a pratiche di gestione del suolo differenti, come ci suggerisce la stessa EU Mission Soil, si aprono scenari di rigenerazione e ripristino fondamentali per non oltrepassare ancor di più i nostri limiti planetari. Rigenerazione e ripristino trovano preziosi alleati nelle pratiche di carbon farming, soprattutto considerando il target europeo del raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050.
Il carbon farming, letteralmente “coltivazione di carbonio”, rappresenta un approccio olistico all’agricoltura che mira a mitigare il cambiamento climatico sequestrando carbonio nel suolo e nella vegetazione. Attraverso una serie di pratiche, la coltivazione di carbonio non solo mira ad affrontare il problema delle emissioni di gas serra, ma anche a favorire la resilienza ambientale e la sostenibilità agricola.
Minimum tillage
Al centro di diversi recenti sforzi a livello europeo, il carbon farming ruota attorno al processo di cattura e stoccaggio di anidride carbonica atmosferica in serbatoi naturali come il suolo e la biomassa. Sfruttando la capacità rigenerativa degli ecosistemi, le pratiche mirano a trasformare paesaggi agricoli convenzionali in dinamici serbatoi di carbonio, capaci di assorbirne e trattenerne quantità significative.
Tra le pratiche adottate in tale direzione compare il minimum tillage o no-tillage, vale a dire la minima o nessuna lavorazione del suolo al fine di azzerare il disturbo arrecatogli evitando, quindi, i tradizionali metodi di aratura. Lasciando il suolo indisturbato, il carbonio immagazzinato rimane intatto e non viene rilasciato in atmosfera. L’agricoltura senza aratura promuove la salute del suolo preservandone la struttura, riducendo l’erosione e migliorando la ritenzione idrica.

Cover crops, colture di copertura
“Ora sappiamo che le forme di vita nel millimetro superiore del suolo vivono solo lì, così come quelle che vivono nel secondo millimetro vivono solo lì e lo stesso per quelle che vivono nel terzo millimetro”, afferma l’ecologista Rodger Savory. “Se si prende un aratro e si rivolta il terreno, gli organismi che vivono nella parte superiore del suolo si troveranno a 25 centimetri di profondità, e quelle che si trovavano a 25 centimetri di profondità verranno portate in cima. Quindi moriranno. Dobbiamo a questo punto far ripartire il ciclo di vita. Attraverso la creazione di un tappeto biologico, a base di letame, che protegge quel millimetro superiore di suolo dalla luce ultravioletta, il suolo può acquisire nuova vita.”
Proteggere il top soil è, in effetti, fondamentale. Non a caso, le colture di copertura sono un’altra pratica di carbon farming. Piantando colture di copertura (in inglese cover crops) durante i periodi di riposo, gli agricoltori non solo evitano l’erosione e il depauperamento dei nutrienti ma aumentano anche la materia organica nel suolo, elemento cruciale per il sequestro del carbonio. Attraverso la propria decomposizione, le colture di copertura contribuiscono a immagazzinare il carbonio organico nel suolo, rafforzando così la propria capacità di stoccaggio e promuovendo la fertilità a lungo termine del terreno stesso.
Rotazione delle colture e gestione agroforestale
La rotazione delle colture, pratica agricola consolidata nel tempo, che diversifica le specie coltivate alternandole regolarmente, permette agli agricoltori di ottenere suoli in salute, avendo come effetto ulteriore la soppressione di parassiti e malattie e mitigando in aggiunta la perdita dei nutrienti nell’asset più prezioso. Anche tale rotazione facilita l’accumulo di materia organica.
Adottare tecniche di gestione agroforestale, pratica che integra alberi e arbusti nei paesaggi agricoli, rappresenta un’ulteriore possibilità. Incorporando specie arboree e/o arbustive perenni in terreni coltivati a seminativi o pascoli, gli agricoltori possono sfruttare il potenziale di stoccaggio del carbonio degli alberi e ottenere diversi benefici collaterali quali il miglioramento della biodiversità e la maggiore ombra presente sui terreni.

Non si tratta di nulla di nuovo in realtà, dal momento che già Plinio il Vecchio nel suo Naturalis Historia raccontava di questo sistema integrato e variegato, scrivendo: “All’ombra dell’orgogliosa palma spunta l’ulivo, e sotto l’ulivo il fico, sotto il fico il melograno, e sotto il melograno la vite, sotto la vite il grano, poi i legumi, infine le foglie: tutto questo nello stesso anno e tutte queste piante si nutrono una all’ombra dell’altra”.
Il biochar in agricoltura
Infine, la produzione e l’incorporazione del biochar in questi sistemi può migliorare la fertilità dei terreni e la loro capacità di ritenzione dell’acqua, sequestrando al contempo carbonio per centinaia o migliaia di anni. Il biochar, prodotto di origine biologica vegetale, è realizzato attraverso un processo di pirolisi lenta di materie prime organiche, soprattutto biomasse lignocellulosiche, come cippato e scarti di lavorazione della legna, provenienti dalla pulizia delle aree verdi e dei boschi. Ne deriva un prodotto a matrice, estremamente poroso, che può essere applicato, grazie alle sue proprietà, come ammendante sui terreni. Il biochar, infatti, trattiene l’umidità, distribuisce i nutrienti nel suolo in maniera più lenta e offre un ambiente di vita ai microrganismi.
Numerose sono, dunque, le tecniche per il sequestro del carbonio che, oltre a promuovere la salute generale dell’ecosistema, permettono di mitigare la compattazione del suolo e le emissioni associate ai sistemi di produzione alimentari convenzionali, accrescendo al tempo stesso la capacità di infiltrazione e di trattenimento dell’acqua.
L’impatto del carbon farming sulle filiere alimentari
Il suolo italiano sta male. È ciò che è emerso dal report Il suolo italiano al tempo della crisi climatica pubblicato lo scorso anno. Anche il 60-70% dei suoli dell’Unione europea non è sano, in parte a causa delle attuali pratiche di gestione e dei concimi applicati. Circa il 25% dei terreni dell’UE ha tassi di erosione superiori alla soglia sostenibile raccomandata, il che significa che l’ecosistema del suolo continuerà a degradarsi.
Un’inversione di tendenza che punti sul carbon farming avrebbe indubbiamente un impatto significativo sulle filiere alimentari, non solo in termini di produzione agricola, ma anche per quanto riguarda la catena del valore e la sostenibilità complessiva della filiera. Una produzione alimentare più sostenibile, dovuta anche alla diversificazione delle colture, porterebbe a sua volta a una maggiore sicurezza alimentare, riducendo la dipendenza da monoculture ad alto impatto ambientale e contribuendo a garantire una fornitura costante e diversificata di alimenti.
Come afferma Heather Terry, fondatrice e CEO di GoodSam, azienda statunitense tra quelle ammesse alla fase di produzione della BigFood Redesign Challenge della Ellen MacArthur Foundation, “GoodSam prende dalle aziende agricole tutte le colture che sono commercialmente valide, il che significa che molti dei nostri agricoltori ricevono ora da noi un flusso di reddito annuale perché cerchiamo attivamente di prendere tutto ciò che producono e di non costringerli a un sistema di monocoltura. Le monocolture esistono a causa delle grandi aziende, che si sono rivolte agli agricoltori dicendo: ‘Per favore, coltivate questo prodotto, noi lo compreremo tutto e in questa quantità’. Le monocolture sono state create a causa della domanda”.

I benefici del carbon farming e le buone pratiche
Effetto non secondario dell’adozione di pratiche di coltivazione di carbonio sarebbe la riduzione delle emissioni di gas serra associate all’agricoltura, tra le quali quelle legate all’uso di fertilizzanti chimici, alla combustione di residui agricoli e alle pratiche di gestione del bestiame. La rotazione delle colture e l’agroforestazione favoriscono, al tempo stesso, la biodiversità agricola, offrendo habitat e risorse per una varietà di specie vegetali e animali. Le filiere alimentari che integrano pratiche sostenibili di carbon farming possono valorizzare i propri prodotti sul mercato, rispondendo alla crescente domanda dei consumatori verso alimenti creati in maniera responsabile e sostenibile. L’etichettatura e la certificazione di tali prodotti possono comunicare il valore aggiunto legato alla sostenibilità, differenziando gli alimenti sullo scaffale e creando opportunità di mercato per i produttori.
In tale direzione esistono, ad esempio, numerose aziende che stanno scommettendo sull’integrazione e sul ruolo delle castagne, a patto che ci siano capitali di investimento che guardino al lungo termine. Tra di essi compare Agroforestry Partners, un fondo che investe in progetti agroforestali su terreni agricoli. “Le castagne risolvono un sacco di problemi da un punto di vista naturalistico e da un punto di vista economico. I castagni hanno un’economia incredibile, sia per quanto riguarda il prezzo di acquisto sia per quanto riguarda la loro monetizzazione”, racconta Brett Hundley, presidente di AP. “Tuttavia i castagni stessi non iniziano a produrre un raccolto commerciale prima del settimo, ottavo o nono anno di vita circa. Quindi passa un tempo abbastanza lungo dal momento in cui l’albero viene piantato nel terreno a quello della realizzazione di un raccolto commerciabile.”
La collaborazione e la co-creazione lungo la catena del valore alimentare tra produttori, trasformatori, distributori, consumatori e altre parti interessate possono favorire la condivisione delle migliori pratiche, lo sviluppo di partenariati e l’innovazione collaborativa al fine di creare sinergie e accelerare la transizione verso filiere alimentari più resilienti. Le pratiche di carbon farming possono trasformare le filiere alimentari in sistemi più sostenibili e orientati al futuro. Adottare queste pratiche richiede un impegno collettivo da parte di tutti gli attori della catena del valore alimentare, ma offre anche opportunità significative per creare valore condiviso e contribuire a costruire un futuro alimentare più sano, equo e pulito.





