Tornata alla ribalta per la crisi energetica, la produzione di biometano è un perfetto esempio dei vantaggi dell’economia circolare
Di Giorgio Kaldor– di Materia Rinnovabile

Negli ultimi anni, spinta dagli obiettivi di decarbonizzazione del pacchetto Fit for 55 e dalla crisi energetica scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione Europea ha riscoperto il biometano come risorsa strategica. Tuttavia, il biometano non è solo un ritrovato protagonista del mix energetico europeo, ma rappresenta anche un perfetto esempio dei vantaggi dell’economia circolare. Il biometano si ottiene infatti dalla purificazione del biogas, prodotto attraverso la digestione anaerobica di matrici come rifiuti organici, reflui zootecnici, residui agricoli e fanghi da acque reflue.
La sua produzione offre agli agricoltori una nuova fonte di reddito e migliora la qualità del suolo grazie a un suo sottoprodotto, il digestato, utilizzato come fertilizzante organico. Infine, in determinate condizioni può promuovere anche la simbiosi industriale, in futuro, addirittura, favorendo la creazione di distretti industriali dove i rifiuti di un’impresa diventano risorse per un’altra.
Il biometano è circolare, non solo “rinnovabile”
Il biometano viene descritto normalmente come un vettore rinnovabile. Tuttavia, secondo la European Biogas Association (EBA), questa definizione non è del tutto accurata. “Il biometano è piuttosto un prodotto circolare, non lineare, e la digestione anaerobica rappresenta un vero e proprio ‘hub’ dell’economia circolare”, ci spiega Giulia Cancian, segretaria generale di EBA. “Un impianto ideale di biometano è ben radicato nel territorio, sfrutta le risorse locali per produrre biogas e affronta sfide sociali e ambientali, come la riduzione delle emissioni di metano provenienti da reflui zootecnici o altre materie di scarto.”
In un modello efficiente di economia circolare, il digestato viene poi valorizzato come sottoprodotto, restituendolo al suolo per arricchirlo di nutrienti e carbonio. La qualità dei suoli in Europa sta infatti peggiorando rapidamente. Secondo dati della Commissione europea, il 60-70% dei terreni dell’Unione Europea (UE) non è sano, in parte a causa proprio delle attuali pratiche di gestione del suolo e del letame. Con possibili impatti negativi anche sulla qualità delle acque e sulla biodiversità, come ricorda una relazione speciale della Corte dei conti europea.
Il documento constatava a luglio 2023 l’insufficiente utilizzo da parte di Commissione e stati membri dell’utilizzo degli strumenti UE per la gestione sostenibile dei terreni agricoli e del letame, tra tutti Politica Agricola Comune (PAC) e Direttiva nitrati. “Il digestato rappresenta una soluzione concreta e conveniente per mantenere la fertilità del suolo e garantire una produzione agricola sostenibile”, continua Cancian. “Inoltre, contribuisce sia alla sicurezza energetica che alla riduzione delle importazioni di fertilizzanti. Un altro aspetto da non trascurare, infine, è l’anidride carbonica biogenica, che può essere stoccata e utilizzata, ad esempio, nell’agricoltura (come nelle serre) o nell’industria agroalimentare”.
Il biometano in Europa
A differenza di altre fonti di energia rinnovabile, come il solare e l’eolico, la produzione di biometano è programmabile, il che consente una gestione più flessibile dell’energia. Grazie alla sua composizione chimica simile a quella del gas naturale, il biometano può essere immesso direttamente nella rete esistente, quella che alimenta le abitazioni. Queste caratteristiche hanno permesso al biometano di guadagnare un ruolo sempre più rilevante nelle politiche europee, specialmente in risposta all’obiettivo di neutralità climatica e alla necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico a seguito del conflitto russo-ucraino. Con il Piano RePowerEU, Bruxelles ha non solo avviato un partenariato industriale, ma anche raddoppiato il target di produzione e utilizzo di biometano al 2030, fissandolo a 35 miliardi di metri cubi standard, rispetto a quanto previsto dal pacchetto Fit for 55.
“In Europa, attualmente, vengono prodotti poco più di 21 miliardi di metri cubi di biometano e biogas combinati, una quantità equivalente al fabbisogno di gas di un paese come la Polonia, quindi un numero significativo”, continua Cancian. “Per quanto riguarda il solo biometano, alla fine del 2022 la produzione in Europa era vicina ai 4 miliardi di metri cubi. Abbiamo aggiornato la mappatura del biometano al 2024, includendo gli impianti entrati in funzione nel 2023, e abbiamo rilevato una crescita interessante: la capacità installata a livello europeo è ora di 6,4 miliardi di metri cubi, di cui 5,2 miliardi nell’UE27, dov’è cresciuta del 37%.”
Secondo Cancian, a guidare l’espansione è la Francia, grazie a misure di supporto e a una pianificazione centralizzata efficace, che ha suddiviso il territorio in piccole zone (cosiddetto zonage) per valutare la domanda di biometano e le aree in cui iniettare il gas. Inoltre, il diritto di iniettare direttamente nella rete, noto come “right to inject”, è stato un elemento chiave per facilitare lo sviluppo del settore. “La Francia è seguita dall’Italia, dove, lo scorso anno, il numero di nuovi impianti è quadruplicato, con una significativa capacità installata”, conclude la segretaria generale di EBA. “Anche la Danimarca sta crescendo rapidamente, spinta dai suoi obiettivi di decarbonizzazione delle reti del gas. Questi tre paesi stanno trainando la crescita del biometano, ma si registra un crescente interesse anche in altre nazioni, come Spagna e Polonia. Vedremo nei prossimi anni se questo si tradurrà in un aumento della capacità installata.”

Il potenziale italiano e i nodi PNRR sul biometano
L’Italia ha un potenziale significativo per lo sviluppo del biogas e del biometano. “Attualmente, in Italia si contano circa 1.803 impianti di biogas, con una capacità installata totale di 1.066 MW”, ci fa sapere il Consorzio Italiano Biogas (CIB). In particolare, la produzione di biometano incentivata, secondo il DM del 2 marzo 2018, ammonta complessivamente a 719.130.563 Smc/ora. In seguito alle prime tre procedure competitive svolte in base al DM del 15 settembre 2022, sono stati ammessi agli incentivi 157 progetti, con una capacità produttiva di 71.950 Smc, corrispondente a una produzione annua di circa 630 milioni di Smc.
“Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha introdotto investimenti specifici per il biometano e il recente aggiornamento del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) vede una stima per il settore di 4,9 miliardi di Smc di biometano al 2030.” Di fronte a queste potenzialità, i dati del CIB vanno però oltre, stimando una produzione di 6,5 miliardi di Smc di biometano agricolo al 2030. Per poter puntare a queste cifre, CIB chiede però una spinta agli iter autorizzatori per permettere a un maggior numero di aziende di accedere ai fondi PNRR, alla luce dei ritardi accumulati nella fase di avvio dei bandi, e a maggior ragione alla luce delle traiettorie definite dal PNIEC al 2030. “Serve lavorare ancora con urgenza per accelerare i processi attuativi delle normative ancora mancanti, per introdurre i meccanismi che favoriscano la riduzione/socializzazione dei costi di connessione alle reti, nonché per rendere la rete del trasporto e della distribuzione del gas più flessibili”, conclude il CIB.
Il futuro è nei distretti, se calano gli incentivi alla produzione
Il sistema del biometano funziona come un ciclo chiuso e circolare, con una forte integrazione tra il settore energetico e quello agricolo. È Giovanni Sorlini, responsabile dell’area qualità, sicurezza e sviluppo sostenibile di Inalca (Gruppo Cremonini), a raccontare di questo legame a due direzioni. Con un investimento di 28 milioni di euro, la NewCo Biorg, frutto della partnership tra la multiutility Herambiente e Inalca, ha inaugurato a Spilamberto (Modena) un vecchio biodigestore in un impianto all’avanguardia, capace di produrre ogni anno 3,7 milioni di metri cubi di biometano e 18.000 tonnellate di compost, partendo da rifiuti organici da raccolta differenziata e reflui agroalimentari.
“Aver trovato questa soluzione impiantistica e societaria ci permette di collocare ciò che per la legge è un rifiuto, pur essendo eccellente per produrre biogas, nel nostro caso fanghi di depurazione”, spiega Giovanni Sorlini. “Questa soluzione ci permette di adattare gli impianti industriali nei grandi macelli alla produzione di biometano in contesti agricoli. Collaborando con Hera, possiamo canalizzare i rifiuti in modo efficiente, sfruttando al meglio le opportunità offerte dagli incentivi e integrando i nostri fornitori di animali. Il nostro modello prevede la raccolta di scarti zootecnici e sottoprodotti della macellazione, non considerati rifiuti, e la restituzione del digestato agli agricoltori, che ci forniscono letame e liquami”.
Questa configurazione “dei nostri impianti agro-industriali ci permette di sfruttare le agevolazioni, come il contributo fino al 40% sugli investimenti, e di pianificare un futuro per gli impianti biogas elettrici i cui incentivi scadono entro il 2025, trasformandoli in impianti agricoli e puntando così a un obiettivo di rifiuti zero”, continua Sorlini. “Stiamo valutando la possibilità di avviare nuovi progetti sul biogas presso gli impianti di Pegognaga, Ospedaletto Lodigiano e il recente impianto acquisito a Forlì. Questi impianti, collegati ai macelli e agli allevamenti, potrebbero essere riqualificati in un’ottica di distretto, dato che si trovano in zone con una forte vocazione zootecnica. In particolare, i piccoli e medi allevamenti di latte, con meno di 100-120 vacche, non possono sostenere da soli la realizzazione di impianti di biogas. Pertanto, la soluzione più praticabile è quella di sviluppare progetti consortili che uniscano queste realtà.”
Quali vantaggi dai distretti per i piccoli agricoltori?
Per un agricoltore medio-piccolo, i modelli di gestione dei rifiuti organici sembrano offrire vantaggi significativi. “I progettisti spiegano che, conferendo liquame a un impianto che restituisce il digestato e gestisce il piano di concimazione, non solo si risparmia denaro, ma si guadagnano circa 25 giornate lavorative all’anno”, spiega Sorlini. “Questo tempo liberato può essere dedicato al core business dell’azienda, come la centrale di mungitura e le manutenzioni, mentre le attività legate alla gestione dei rifiuti e alla fertilizzazione sono affidate a professionisti specializzati.”
Infine, un’economia di scala permetterebbe di garantire una fornitura costante di fertilizzante organico per adottare strategie agronomiche stabili e sostenibili. “Questa costanza, ottenuta grazie al compostaggio, consente alle aziende agricole di evitare la tentazione di passare a fertilizzanti chimici quando i prezzi sono bassi”, conclude Sorlini. “Due anni fa, i fertilizzanti chimici erano competitivi a causa dei costi elevati dei fertilizzanti organici e della crisi energetica. Ora, con la crisi superata e i prezzi dei fertilizzanti chimici diminuiti, mantenere una fornitura organica stabile è ancora più cruciale. Le aziende agricole devono quindi stabilire protocolli agronomici affidabili e non essere costrette a cambiare continuamente le loro pratiche in base alle fluttuazioni del mercato.”






