Dalla Strategia Farm to Fork ormai in stallo alle food policy locali, le principali iniziative europee per sistemi alimentari sani e resilienti
Di Giorgio Kaldor, Materia Rinnovabile / Renewable Matter

Secondo la Banca Mondiale il sistema alimentare globale vale attualmente circa 10.000 miliardi di dollari, circa il 10% dell’economia del pianeta. Una cifra significativa che è superata tuttavia dai costi “nascosti” di tutte quelle attività che consentono di produrre, trasformare, distribuire, consumare e smaltire il nostro cibo. Il sistema alimentare, o food system, è infatti responsabile di circa un terzo delle emissioni globali di gas serra, mentre la sola agricoltura resta prima in classifica per utilizzo del suolo e di acqua dolce nel mondo, con circa il 70% dei prelievi.
Un’impronta che non solo potrebbe essere più leggera ‒ un terzo del cibo prodotto a livello globale va perso o sprecato – ma che appunto sottende 12.000 miliardi di dollari annui di esternalità negative per ambiente, salute e povertà. Somme certamente di difficile calcolo, che non solo non includono un ulteriore mezzo trilione di dollari di sostegni finanziari pubblici ai produttori agricoli, ma che a oggi non sono riflesse negli attuali prezzi di mercato dei prodotti alimentari.
In questo scenario, con un mercato “domestico” di oltre 450 milioni di consumatori, come si colloca l’Unione Europea? Dalla Strategia Farm to Fork alle food policy locali, ecco le principali iniziative europee per sistemi alimentari sostenibili, equi, sani e resilienti.

Food policy in Europa: perché sono necessarie?
Secondo il report dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), Policies for the Future of Farming and Food in the European Union, pubblicato a ottobre 2023, l’Unione Europea si conferma il più grande esportatore di prodotti agroalimentari al mondo e uno dei maggiori importatori. Sebbene contribuisca solo per l’1,7% al prodotto interno lordo dell’Unione, l’agricoltura occupa infatti il 39% del suo territorio. Negli ultimi anni, tuttavia, il settore agroalimentare dell’Unione Europea ha dovuto affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici e i due shock sistemici causati dalla pandemia di Covid-19 e dal conflitto russo-ucraino. Ciononostante, dimostrando la resilienza dei propri food system, l’UE è stata in grado di “mantenere la produttività in crescita, in particolare negli stati membri successivi al 2004, di ridurre l’intensità delle emissioni di gas serra e di promuovere la collaborazione tra paesi sull’innovazione”.
Nell’analisi non mancano però i caveat. Gli autori del report sottolineano come la produttività agricola sia aumentata a un ritmo più lento rispetto agli altri paesi OCSE. Anche le prestazioni di sostenibilità ambientale del settore non sono migliorate in linea con le aspettative. Tra il 2014 e il 2022, il periodo analizzato dagli esperti, questo “stallo nei progressi” non sarebbe dovuto tanto a un’ambizione insufficiente o alla mancanza di risorse, ma piuttosto alla progettazione e all’attuazione delle politiche pubbliche. Leggasi: per fare meglio si deve intervenire sulla Politica agricola comune (PAC), che rappresenta circa un terzo del bilancio dell’UE, affiancandola a ulteriori misure. Una consapevolezza che la Commissione Europea a guida Ursula von der Leyen aveva ben chiara già nel 2020, anno in cui veniva presentato il Green Deal europeo.
Dalla fattoria alla tavola: la Strategia Farm to Fork
“Le due transizioni, climatica e digitale, porteranno cambiamenti per tutti, ma non ci sono dubbi: l’agricoltura rimarrà una parte importante della nostra cultura e del nostro futuro. Abbiamo bisogno di una strategia sostenibile dalla fattoria alla tavola. Dall’accesso al capitale per i giovani agricoltori al fatto che i prodotti alimentari importati da paesi terzi devono rispettare gli standard ambientali dell’Unione Europea.” Con queste parole Ursula von der Leyen nel novembre 2019 presentava commissione e programma del nuovo mandato durante una sessione plenaria al Parlamento Europeo.
La promessa di un nuovo framework legislativo, da coordinare con la futura revisione della PAC per il periodo 2023-2027, fu mantenuta il 20 maggio 2020. Quel giorno, l’esecutivo UE presentò la propria Strategia per la biodiversità e la Strategia Farm to Fork (F2F). Due pilastri del Green Deal europeo, intrinsecamente legati, nati per riformare la strategia alimentare secondo tre direttrici: ridurre l’impronta ambientale, garantire la sicurezza alimentare di fronte ai cambiamenti climatici e promuovere un’industria agroalimentare sostenibile.
Ben due anni prima della COP15 di Montreal sulla Biodiversità, nelle intenzioni la strategia F2F puntava così a ridurre del 50% l’uso di pesticidi e dei rischi correlati e dimezzare la perdita di nutrienti, garantendo la fertilità del suolo ed evitando così almeno del 20% l’uso di fertilizzanti. Tra i target iniziali era prevista anche una contrazione del 50% nelle vendite di antimicrobici utilizzati per gli animali d’allevamento e acquacoltura. Infine, gli auspici erano di raggiungere l’obiettivo di destinare il 25% dei terreni agricoli all’agricoltura biologica e facilitare, in ottica di trasparenza e tracciabilità, una migliore etichettatura dei prodotti alimentari considerati più sani e sostenibili.
Quattro anni dopo, però, alle porte delle nuove elezioni europee di giugno 2024, la Strategia Farm to Fork ha avuto una battuta di arresto ed è oggi addirittura a rischio. Basta un’immagine a sintetizzare le ragioni di questo stop: gli oltre mille trattori presenti a Place de Luxembourg, di fronte alla sede del Parlamento Europeo, simbolo delle ondate di proteste sollevate dagli agricoltori di tutta Europa nel gennaio scorso. Oltre alla scintilla iniziale, cioè la richiesta delle aziende tedesche di vedere abbassare il costo del gasolio agricolo, i manifestanti accusavano le misure della Strategia Farm to Fork di essere economicamente insostenibili e con tempistiche burocratiche affrettate. Stesso destino per la Nature Restoration Law, la legge per il ripristino della natura, tassello fondante della Strategia per la Biodiversità.

Food policy nazionali, best practice e criticità
Nonostante l’assenza di un consenso comune a livello europeo, non mancano esempi recenti di food policy nazionali, adottate dai singoli stati membri. Nel febbraio 2016, la Francia ha introdotto una normativa contro lo spreco alimentare, proibendo ai supermercati di eliminare gli alimenti invenduti e obbligandoli alla loro donazione. Una tendenza legislativa che sul lato dei rifiuti è stata confermata dal recepimento della Direttiva 2018/851. Dal 1° gennaio 2024, in linea con il resto d’Europa, la Francia ha così attuato l’obbligo di separare i rifiuti organici, frazione che costituisce all’incirca un terzo del totale dei rifiuti solidi urbani nel paese. Scarti alimentari, cibo scaduto, sfalci e piccole potature domestiche saranno destinati a biogas o alla produzione di compost per evitare l’uso di fertilizzanti chimici. In precedenza, solo chi produceva più di cinque tonnellate di rifiuti organici all’anno era tenuto a separarli.
La Danimarca, invece, vanta da anni una food policy interamente dedicata alla promozione dei prodotti biologici. Nel 2015, attraverso una revisione del Denmark’s Organic Action Plan (2011-2020), il paese ha raggiunto l’obiettivo originario di raddoppiare la superficie agricola biologica rispetto al 2007. Inoltre, il Piano ha sfruttato la leva degli appalti comunali, introducendo un obiettivo nazionale del 60% di prodotti biologici in tutte le mense (un’iniziativa simile è presente anche in Italia grazie all’introduzione dei criteri ambientali minimi, CAM). Non a caso, secondo un’indagine di mercato promossa dall’Istituto di ricerca dell’agricoltura biologica (FiBL) e dalla Federazione internazionale dei movimenti per l’agricoltura biologica (IFOAM), nel 2020 la quota di mercato del bio nel commercio al dettaglio era del 13%, la più alta su scala mondiale, seguita in Europa da Austria (11,3%) e Svizzera (9,3%). Il report di Renub Research, Denmark Organic Food Market, Size, Forecast 2023-2028, Industry Trends, Growth, Impact of Inflation, Opportunity Company Analysis, suggerisce inoltre che il mercato del biologico danese raggiungerà i 7,08 miliardi di euro entro il 2028.
Ultimo esempio, significativo sul lato salute, riguarda l’adozione nel 2020 in Germania del sistema di etichettatura alimentare Nutri-Score. Il Nutri-Score, introdotto in Francia per la prima volta nel 2017, è un’etichetta caratterizzata da un codice colore che fornisce una rapida panoramica della qualità nutrizionale dei prodotti alimentari. Una sorta di “semaforo” che aiuta i consumatori a fare scelte più consapevoli, incoraggiando i produttori a riformulare i propri prodotti in modo che siano più sani. La stessa Farm to Fork prevedeva l’introduzione del Nutri-Score come standard comune nei 27 paesi membri. Tuttavia, la proposta nel 2022 è stata sospesa.
In Italia, a difesa della mitologica dieta mediterranea, la resistenza è venuta da Confagricoltura e Coldiretti. In particolare, i produttori di alimenti ricchi di grassi e zuccheri si sono sentiti ingiustamente penalizzati dall’algoritmo su cui si basa il Nutri-Score, ritenendo che questo sistema avesse effetti negativi sul loro business. In fondo, che il sistema Nutri-Score sia controverso emerge anche dall’Antitrust italiana, che è stata invocata dalla stessa Confagricoltura. In seguito alla decisione dell’authority, le aziende che in Italia oggi utilizzano il NutriScore devono obbligatoriamente specificare che esso non è universalmente riconosciuto dalla comunità scientifica, non tiene conto del fabbisogno e del profilo nutrizionale del singolo individuo, ed è relativo a 100 grammi di prodotto e non a una porzione di consumo.
Le food policy urbane sono sempre più importanti
È Peter Defranceschi, Head Global di ICLEI CityFood, a spiegare perché è cruciale guardare ai sistemi alimentari urbani e alle food policy a livello municipale. ICLEI – Local Governments for Sustainability è una rete globale che lavora con più di 2.500 governi locali e regionali impegnata a guidare l’azione locale verso una transizione socio-ecologica. In particolare, per i sistemi alimentari, ICLEI cerca di promuovere filiere circolari e catene del valore a basse emissioni di carbonio.
“In Europa circa il 70% del cibo prodotto dagli agricoltori viene consumato in città, mentre più di due terzi degli sprechi alimentari avviene sempre nelle aree urbane”, racconta Defranceschi. “City Food è il nostro programma alimentare globale, una delle più rilevanti food policy urbane. Lavoriamo su tre aree, tutte attinenti alla salute: healthy people, healthy landscape e healthy climate. Trasversalmente questo significa occuparsi di favorire cambiamenti nei comportamenti e nelle abitudini dei cittadini.” Ad esempio, intervenendo sugli appalti pubblici. “SchoolFood4Change è il nostro progetto di punta e conta 43 partner in 12 stati membri. L’idea alla base è molto concreta. Attraverso gli appalti, dagli asili alle scuole superiori, le autorità locali si impegnano a includere determinati criteri. Una determinata percentuale di alimenti deve provenire da piccoli agricoltori per favorire filiere alimentari corte e una determinata percentuale deve essere costituita da prodotti generati da agricoltura biologica. Cibo sano che favorisce il legame con la biodiversità. Così facendo, tutti gli SDGs, gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU, possono essere serviti in un unico piatto.”




