La circolarità nel settore agrifood ha vaste potenzialità e dà spesso vita a simbiosi industriali anche inaspettate: dal riso ai gusci di cozze agli oli esausti, l’UE è all’avanguardia nell’upcycling
Di Sara Perinetto – Materia Rinnovabile

In Europa, 60 milioni di persone circa si trovano in una condizione di insicurezza alimentare. Al contempo, ogni europeo spreca 132 kg di cibo in media ogni anno. Un paradosso che costa caro all’Unione, in termini di salute, risorse, biodiversità e soldi, ma che può trovare soluzione nell’economia circolare.
Quando si butta del cibo che avrebbe potuto essere mangiato si stanno sprecando infatti anche l’acqua, il suolo e l’energia che sono serviti a coltivarlo o produrlo. Per questo l’Unione Europea concentra la maggior parte degli sforzi proprio nella prevenzione, ma deve comunque fare i conti con milioni di tonnellate di rifiuti alimentari da gestire ogni anno. E tra leggi, progetti di ricerca, startup e innovazioni, si sta dimostrando all’avanguardia nel mondo.
Lo spreco alimentare in Europa
Secondo i più recenti dati dell’Agenzia europea per l’ambiente (Environmental European Agency – AEA), l’Unione Europea nel 2022 ha prodotto 59 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari e le famiglie ne sono la principale causa (55-56% del totale), seguite da industria e produzione primaria (26%-28%), ristoranti e servizi (9-11%) e commercio al dettaglio (7-8%).
“Tali sprechi sono dovuti allo scarso valore associato al cibo, soprattutto quello a basso costo, all’acquisto di prodotti in eccesso per poter usufruire di promozioni, alla mancata pianificazione e alla scarsa conoscenza del sistema di etichettatura, in particolare della differenza tra un cibo ‘da consumarsi entro’ oppure ‘da consumarsi preferibilmente entro’ una certa data”, ci spiega Laura Michelini, professoressa di Management all’Università LUMSA di Roma.
Dall’introduzione del Piano d’azione per l’economia circolare nel 2015, l’UE si è concentrata sullo sviluppo di una metodologia comune di misurazione dei rifiuti, sull’agevolazione delle donazioni alimentari e sul miglioramento dell’etichettatura dei prodotti, mentre la Direttiva quadro sui rifiuti e la Strategia Farm to Fork attribuiscono priorità alla prevenzione dei rifiuti, imponendo agli stati di attuare programmi specifici per promuovere il consumo sostenibile, migliorare la produzione/progettazione dei prodotti e ridurre l’uso di sostanze nocive.
L’Unione Europea si è poi allineata all’Obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG) 12.3 che prevede di dimezzare spreco e perdite alimentari a livello globale entro il 2030. Per questa data, quindi, gli stati UE-27 dovranno raggiungere una riduzione del 10% nella trasformazione e nella produzione e una riduzione del 30% pro capite a livello di vendita al dettaglio e di consumo.
La maggior parte ha comunque già attuato o sta elaborando strategie, piani d’azione o patti specifici in materia di spreco alimentare e da un’analisi EEA di 332 azioni intraprese emerge che il 66% si concentra sulla prevenzione. Il restante mira a donare o ridistribuire il cibo in eccesso per il consumo umano (26%) o animale (1%), mentre il 7% si occupa di trattamento dei rifiuti alimentari a scopi energetici, come la digestione anaerobica (produzione di biogas).
Per la prevenzione, i paesi ricorrono principalmente a iniziative educative e informative (62%), mentre solo il 7% riguarda azioni di ricerca e innovazione (come l’applicazione dell’AI all’agricoltura). Eppure la tecnologia è un’importante alleata, ci spiega Laura Michelini, “sia nella fase di approvvigionamento, che può essere reso più efficace da una migliore analisi dei dati, che nella fase di recupero e ridistribuzione”, ma anche per i consumatori, grazie “alle app per la pianificazione della spesa, ai frigoriferi smart che consentono il monitoraggio dei cibi ma anche agli imballaggi intelligenti. Un punto di forza dell’Italia risiede nella vasta competenza ed esperienza nell’industria del packaging, un settore che nel 2021 ha rappresentato il 3,4% del fatturato dell’industria manifatturiera e il 2% del PIL. A questo si aggiunge il ruolo importante di supporto offerto da organismi come COMIECO e COREPLA e le proposte innovative che arrivano dal mondo delle startup ma non solo, come ad esempio Regusto e Sfridoo, piattaforme innovative di matching tra domanda e offerta”.
I residui in campo
Gli scarti alimentari si differenziano poi tra residui in campo, cioè quello che rimane dopo che è stato raccolto il prodotto agricolo, residui della produzione e trasformazione della materia prima in cibo, e residui del post consumo.
Secondo Nicoletta Ravasio, coordinatrice del Comitato tecnico scientifico di Cluster SPRING, l’Italia è ben posizionata in tutti e tre gli ambiti e, per quanto riguarda i residui in campo, ci porta l’esempio della paglia di riso: “In Italia è una pratica proibita ma in altri paesi viene spesso bruciata nel campo, producendo enormi quantità di particolato PM10, circa 23 kg per ettaro di riso. In alternativa viene lasciata fermentare nella risaia producendo però metano, un gas particolarmente dannoso.”
Che fare allora con gli scarti della produzione del riso? L’edilizia offre diverse risposte. Il Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) ha avviato il progetto Riceres: “La lana sucida è al giorno d’oggi un rifiuto della produzione di carne e formaggio ovini”, ci spiega Ravasio. “Il CNR la impasta con la paglia di riso e ottiene un materiale isolante sia termico che acustico per creare pannelli autoportanti, che rispetto al polistirene presenta dei vantaggi: è infatti ignifugo, antisismico e non aggredibile dalle tarme.”
Esempio simile quello di Ricehouse, PMI italiana di bioedilizia che costruisce i pannelli prefabbricati RiceCyclingWall con la lolla di riso, la buccia scartata nel processo di sbramatura del riso grezzo, che ha una composizione chimica simile al legno.
Gli scarti della produzione
Secondo Nicoletta Ravasio l’upcycling degli scarti alimentari “contribuisce fortemente alla sostenibilità delle nostre imprese” creando talvolta anche simbiosi industriali inaspettate. È il caso di Amarey, startup della famiglia Illy specializzata in prodotti ricavati dal caffè, e Intercos, azienda cosmetica italiana, la cui partnership si basa sulla silverskin, la pellicina che avvolge il chicco di caffè.
“L’Italia non produce caffè ma è il secondo paese al mondo per tostatura e ogni anno si ritrova con circa 10.000 tonnellate di questa pellicina, che viene eliminata per lo più come rifiuto solido urbano. La partnership tra Amarey e Intercos la usa invece per estrarre un burro che utilizza per la formulazione di rossetti e ombretti più luminosi e aderenti alla pelle rispetto a quelli che impiegano altri grassi vegetali.”
La stessa silverskin viene utilizzata nella produzione di carta ecologica dalla cartiera Favini, specializzata in produzioni sostenibili. “Sostituire il 15% di cellulosa vergine con questa pellicina di caffè consente un significativo risparmio sia delle emissioni che del consumo di energia”, ci spiega Ravasio. “La produzione cartaria è molto energivora e la polpa di cellulosa viene per lo più importata da Scandinavia, Slovenia e Brasile, quindi si tratta anche di un grosso risparmio economico.”
Ma l’agroindustria ha a disposizione molti residui che possono essere valorizzati e quasi tutti contengono antiossidanti, la cui domanda è sempre più in crescita nel settore della cosmesi, dando un ampio potenziale all’upcycling beauty. Per esempio, ci spiega Ravasio, “la produzione di mirto sta aumentando, e dalla bacca macerata si può estrarre un olio non untuoso dalle proprietà antiossidanti molto potenti”.
I rifiuti post consumo
Gli scarti derivanti dal consumo alimentare sono i più difficili da gestire. “Pensiamo all’umido domestico, una miscela infernale di diversi elementi che crea muffe e cattivo odore, difficilmente valorizzabile se non nella compostiera”, dice Ravasio. “Il CNR e l’Università di Torino stanno studiando come usarlo per l’allevamento di mosche soldato”, in un progetto che alla fine porta alla produzione di proteine e oli utili per detergenti, mangimistica animale e fertilizzanti.
Un’altra interessante applicazione tutta italiana, continua Ravasio, “è la pista viola d’atletica delle Olimpiadi di Parigi, prodotta dalla società Mondo che ha utilizzato per rinforzare la gomma di questa pista gusci di cozze e vongole formati essenzialmente da carbonato di calcio, utile per la mescola di questo tipo di gomme, addirittura migliore di quello minerale”.
Tra i rifiuti più inquinanti se non gestiti correttamente ci sono poi gli oli alimentari esausti. “Vengono recuperati per lo più dalle cucine dei ristoranti e destinati soprattutto alla produzione di biocarburanti, come i SAF, i Sustainable Aviation Fuel. Nel 2024 il solo Gruppo Cremonini ha raccolto oltre 133 tonnellate di oli vegetali esausti dalle catene Chef Express e Roadhouse”, conclude Ravasio.
Insomma, “le potenzialità di recupero sono altissime e vi è una forte consapevolezza sia da parte delle imprese che delle istituzioni”, secondo Laura Michelini, sebbene “un punto di debolezza è rappresentato dalla scarsa conoscenza delle opportunità di impiego degli scarti alimentari e delle potenzialità di attuare processi di simbiosi industriale. Secondo l’ISTAT nel 2022 solo il 5% delle imprese italiane era coinvolto in attività di simbiosi. Il nostro paese ha reso i distretti industriali un modello di eccellenza a livello mondiale e sono convinta del valore delle connessioni territoriali: rafforzate anche dall’innovazione tecnologica potranno rappresentare una grande occasione per l’Italia”.
In copertina foto di Joshua Hoehne da Unsplash




