Scheda scritta da Hudra Bagaliza, Gaia Cappelletti del corso Scienze della Progettazione Gastronomica della Laurea Triennale UNISG in Scienze e Culture Gastronomiche
Nazione: Uganda
Indirizzo: Uganda, Kampala
Tipo di realtà: Organizzazione senza scopo di lucro
Target: B2C
Claim: Waste isn’t waste until you waste it
Sito web: www.ekibbo.org
Scenario
L’Uganda è un Paese dell’Africa sub-sahariana tuttora classificato come a basso reddito. Nonostante una popolazione in rapida crescita, il Paese continua a soffrire di una diffusa povertà. Le più recenti stime nazionali (2019/2020) indicano che il 20,3% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà nazionale, un valore persino inferiore alla media internazionale (World Bank, 2023). Tuttavia, considerando la povertà multidimensionale, i dati del 2016 stimano che almeno il 57,2% della popolazione ne sia colpita, con un ulteriore 23,6% vulnerabile al rischio di povertà (United Nations Development Programme, 2023).
La capitale, Kampala, presenta il quarto tasso di crescita urbana più alto del continente africano, e proprio nei centri urbani si concentrano i più alti livelli di povertà e disuguaglianza. La crescita rapida ha generato gravi problemi di carenza abitativa, congestione del traffico, inquinamento e espansione incontrollata delle aree periurbane. Di conseguenza, le baraccopoli e gli insediamenti informali si stanno espandendo rapidamente (Richmond et al., 2018).
L’Uganda è tra i Paesi africani con il maggior numero di slum (Omulo et al., 2017). A Kampala, essi occupano almeno un quarto della superficie totale della città e ospitano circa il 60% della popolazione (Richmond et al., 2018). Katanga, dove opera il progetto Ekibbo, è uno dei più grandi slum di Kampala. Si trova tra l’ospedale nazionale di Mulago e l’Università di Makerere, e riflette le condizioni di vita tipiche di molte altre baraccopoli del Paese. Katanga conta oltre 20.000 abitanti, più della metà dei quali sono bambini sotto i 14 anni. Circa il 60% dei residenti vive in strutture semi-permanenti o temporanee, a causa dell’estrema povertà; solo il 23% possiede la propria abitazione, mentre il restante 77% vive in affitto (Omulo et al., 2017).
Uno dei principali fattori che alimentano la povertà a Katanga, in particolare tra le donne, è la mancanza di istruzione e gli alti tassi di analfabetismo. Livelli educativi bassi rendono difficile l’accesso a lavori ben retribuiti, perpetuando un circolo vizioso di esclusione. Sebbene l’istruzione primaria sia formalmente gratuita, le famiglie più povere faticano a sostenere i costi di materiale scolastico e altre spese, costringendo spesso i bambini a lasciare la scuola per contribuire al reddito familiare, con una forte disparità di genere (Barigye, 2010).
Le ragazze sono spesso ritirate da scuola per essere date in sposa in cambio di una dote, una pratica che le priva della possibilità di diventare autonome e le intrappola nella povertà a lungo termine. Molte di esse, per soddisfare i bisogni primari, sono spinte a comportamenti sessuali a rischio, inclusa la prostituzione, aumentando così la loro esposizione all’HIV/AIDS e ad altre infezioni sessualmente trasmissibili (Barigye, 2010).
L’HIV/AIDS è un problema grave in Uganda sin dagli anni ’80. Si stima che il 60% degli adulti infetti in Africa siano donne, molte delle quali contraggono il virus in giovane età. Le cause principali risiedono nella dipendenza economica, che limita la possibilità di scegliere quando, con chi e in quali condizioni avere rapporti sessuali.
Secondo diversi studi, la forma più efficace di prevenzione consiste nel favorire lo sviluppo di microimprese, capaci di offrire alternative economiche sostenibili e di ridurre la necessità di ricorrere al sesso a pagamento (Barigye, 2010). Organizzazioni come Ekibbo, che aiutano le donne a generare reddito autonomo e a diventare autosufficienti, risultano quindi essenziali.
Un altro grave problema in Uganda è l’inquinamento da plastica. Con la crescita demografica e i consumi in aumento, l’uso di sacchetti monouso è cresciuto in modo esponenziale. Gran parte dei rifiuti plastici non viene gestita correttamente, contribuendo a un forte degrado ambientale. Si stima che l’Uganda consumi almeno 600 tonnellate di plastica al giorno, la maggior parte delle quali non raccolte né riciclate. Circa metà di questi rifiuti è concentrata a Kampala, ma meno del 5% della plastica viene riciclata (CARE, 2019).
La capitale produce tra 1.200 e 1.500 tonnellate di rifiuti al giorno, ma solo un terzo viene raccolto. Le autorità cittadine spendono oltre 1,5 milioni di dollari al mese per smaltire appena il 30% dei rifiuti prodotti (Wandeka et al., 2022). Gran parte del problema deriva dalla mancanza di infrastrutture stradali, che impedisce ai camion di accedere agli insediamenti informali più densamente popolati (Richmond et al., 2018).
La plastica non riciclata finisce in discarica o dispersa nell’ambiente (79%), oppure viene bruciata a cielo aperto (12%), generando inquinamento atmosferico e idrico. A Kampala, è la principale causa di ostruzione dei sistemi fognari e inondazioni durante la stagione delle piogge. L’emissione di sostanze tossiche derivanti dalla combustione della plastica è correlata a problemi respiratori, tra cui l’asma infantile, che colpisce circa il 14% dei bambini tra 8 e 14 anni (CARE, 2019).
La plastica impiega oltre 450 anni per decomporsi, contaminando laghi, fiumi e ecosistemi marini. Secondo le Nazioni Unite, l’inquinamento da plastica causa ogni anno la morte di circa un milione di uccelli marini e 100.000 animali acquatici, e potrebbe uccidere più persone di malaria e HIV/AIDS combinati (CARE, 2019).
Per questo motivo, soluzioni innovative come quella proposta da Ekibbo, che trasforma i rifiuti plastici in prodotti artigianali dando loro nuovo valore e prevenendone la dispersione nell’ambiente, sono fondamentali.
Descrizione
Ekibbo è un’organizzazione non profit che opera nello slum di Katanga, a Kampala, in Uganda, e rappresenta un esempio concreto di economia circolare per il capitale. Attraverso la trasformazione dei rifiuti plastici in prodotti artigianali, Ekibbo contribuisce non solo alla rigenerazione ambientale, ma anche al rafforzamento del capitale economico, umano, sociale e culturale della comunità.
Il progetto nasce dall’idea della designer belga Sam Vandermaesen, che ha deciso di mettere le proprie competenze al servizio della riduzione dei rifiuti plastici in Uganda, realizzando oggetti d’arredo e accessori con materiali di scarto.
Tutto è iniziato con la creazione di un cestino intrecciato con sacchetti di plastica, venduto per 10 euro, una somma equivalente a uno stipendio mensile per gli abitanti dello slum. Il successo di questo primo oggetto ha suscitato grande interesse in Belgio, dove molte persone hanno voluto acquistarne uno. Da qui nasce anche il nome del progetto, poiché Ekibbo significa proprio “cestino” in Luganda, la lingua locale.
Nel 2021, l’iniziativa si è ufficialmente trasformata in una organizzazione non profit. E oggi, Ekibbo produce non solo cestini realizzati interamente con plastica monouso riciclata, ma anche Masiki, maschere culturali ugandesi tradizionali reinterpretate con materiali come plastica e sacchetti intrecciati.
Il progetto più recente, Ekiwempe, consiste in un tappeto murale frammentato, creato direttamente nel quartiere di Katanga. L’opera può essere venduta come pezzi singoli o come composizione completa e, una volta assemblata, rappresenta una scena di vita quotidiana: case attorno al canale di scolo a cielo aperto e donne impegnate nelle attività giornaliere.
Attraverso queste produzioni, le donne del quartiere contribuiscono alla rigenerazione ambientale. La zona soffre infatti di una forte accumulazione di plastica, che rende il suolo impermeabile. Durante le piogge intense, questo causa allagamenti e gravi danni alle abitazioni.
Sul piano del capitale economico, Ekibbo svolge un ruolo cruciale. Grazie alla vendita dei prodotti artigianali, l’organizzazione genera reddito locale per le donne, insegnando loro come creare valore dai rifiuti e sostenendo lo sviluppo di microimprese.
Il reddito ottenuto è equo e flessibile, consentendo alle donne di gestire il proprio tempo, lavorando da casa e in autonomia creativa. Alcune di loro riescono persino a risparmiare parte dei guadagni per avviare piccole attività indipendenti, contribuendo alla resilienza economica del quartiere. Il modello di Ekibbo dimostra così come i materiali scartati e le persone emarginate possano diventare risorse preziose all’interno di sistemi produttivi rigenerativi.
Ekibbo favorisce anche la crescita del capitale umano e sociale. Assumendo e formando le donne della comunità, l’organizzazione promuove empowerment, collaborazione e inclusione sociale. Le partecipanti sviluppano competenze artigianali, abilità imprenditoriali e conoscenze ambientali, che consentono loro di accedere a nuove opportunità lavorative. Molte oggi riescono a pagare l’istruzione dei propri figli, e in alcuni casi anche quella di altri bambini del quartiere, generando un circolo virtuoso di solidarietà e sviluppo locale.
Infine, Ekibbo contribuisce anche alla valorizzazione del capitale culturale dell’Uganda. Attraverso l’integrazione di motivi tradizionali e simbolismi locali nelle proprie creazioni riciclate, l’organizzazione preserva e rinnova il patrimonio artistico e identitario del Paese, assicurando che le tradizioni locali continuino a essere trasmesse e celebrate dalle nuove generazioni.

Bibliografia
- Barigye, F. (2010). The impact of poverty on increasing rates of HIV/AIDS among young girls and women in Kampala: A case study of Katanga region (Doctoral dissertation, College of Humanities and Social Sciences). https://irbackend.kiu.ac.ug/server/api/core/bitstreams/1bf97682-db2c-45c2-b2be-2c424cdf3a32/content
- CARE. (2019, November 4). *Plastic waste recycling and production facility in Ugandan refugee settlements: Innovation challenge* (Request for Proposal). UNHCR Operational Data Portal. https://data.unhcr.org/en/documents/download/72435
- Ekibbo. (n.d.). https://www.ekibbo.org
- Omulo, G., Muhsin, M., Kasana, I., & Nabaterega, R. (2017). A proposal for empowering slum dwellers as a viable way of addressing urbanization challenges in Katanga slum, Kampala, Uganda. Environmental Engineering Research, 22(4), 432–438. https://www.eeer.org/journal/view.php?doi=10.4491/eer.2017.013
- Richmond, A., Myers, I., & Namuli, H. (2018). Urban informality and vulnerability: a case study in Kampala, Uganda. Urban Science, 2(1), 22. https://www.mdpi.com/2413-8851/2/1/22
- United Nations Development Programme. (2023). *Uganda: Multidimensional poverty index country profile*. Human Development Reports. https://hdr.undp.org/sites/default/files/Country-Profiles/MPI/UGA.pdf
- Wandeka, C. M., Kiggundu, N., & Mutumba, R. (2022). Plastic packaging: A study on plastic imports in Uganda. https://nru.uncst.go.ug/server/api/core/bitstreams/2e92bfff-e817-4e19-bd9f-95e5dc28e8f2/content
- World Bank. (2023, April 21). Uganda poverty assessment 2023: Strengthening Uganda’sresilience to poverty and vulnerability. https://documents.worldbank.org/en/publication/documents-reports/documentdetail/099523204222530354





