Superando la quota di 100 milioni di euro di fatturato e ampliando di recente i propri stabilimenti con una nuova sede in Canada, Andriani S.p.A. (https://www.andrianispa.com/) consolida il modello di un business incentrato sulla generazione di una nuova era dell’alimentazione, in grado di promuovere un modello nutrizionale sostenibile per il pianeta e di tracciare una via di imprenditorialità consapevole. La società pugliese è, infatti, una realtà di riferimento tra i principali produttori mondiali di pasta senza glutine da cereali e legumi e, in quanto Società Benefit, ha tra i suoi obietti lo sviluppo della società e dell’ambiente anche attraverso lo sviluppo di una rotta verso la carbon neutrality.
Con 9 linee e 40mila tonnellate/anno di capacità totale nella produzione della pasta destinata per la maggior parte a prodotti private label e alle vendite a marchio Felicia o Biori, Andriani sviluppa e distribuisce alimenti biologici naturalmente privi di glutine per i celiaci attraendo anche le persone attente alla salute, gli sportivi e i più giovani. A partire dal 2021 è diventata Membro Fondatore del Global Compact Network Italia per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda ONU 2030 ed è entrata per il secondo anno nella classifica dedicata ai Blue Collar workers stilata da Great Place to Work® Italia per il benessere, non solo dei consumatori ma anche dei dipendenti e della propria filiera del valore. Ne parliamo con Michele Andriani, amministratore delegato di Andriani S.p.A.

L’alimentazione può contribuire al miglioramento della persona?
La nostra attività nasce proprio per rispondere a questa domanda. Nel 2009 abbiamo effettuato il primo studio: volevamo capire quali fossero le patologie più diffuse al mondo e, analizzando il ranking dei trenta farmaci più venduti, abbiamo scoperto come in cima alle classifiche ci fossero i problemi intestinali e di metabolismo. Ci siamo allora chiesti quali fossero gli ingredienti nutrizionali capaci di apportare benefici all’organismo di fronte a questi malesseri e siamo arrivati a considerare gli ingredienti naturalmente privi di glutine come i cereali, gli pseudo cereali e le leguminose. Abbiamo avviato numerose collaborazioni con le facoltà di medicina delle università come la Federico II di Napoli, con la quale abbiamo condotto uno studio sul rapporto tra indice glicemico in pazienti diabetici e l’assunzione di pasta di grano saraceno. Per l’avena, un alimento molto diffuso in Nord Europa anche per gli effetti antidepressivi che apporta e conosciuto da noi in Puglia come l’alimento principe per i cavalli anche per questa ragione, l’esperienza e il lavoro hanno dimostrato che si tratta di un alimento funzionale non solo alla nutrizione, ma anche all’equilibrio psicofisico.
Come è nata Andriani e cosa cosa vuole diventare nel sistema del food?
Andriani nasce da uno studio scientifico finalizzato a individuare una tecnologia in grado di offrire la possibilità di trasformare i prodotti senza glutine nella maniera più naturale possibile evitando, soprattutto, l’uso estremo della chimica. Il secondo proposito consiste nel dotare i prodotti senza glutine di una qualità tale da farli diventare un piacere gustativo non solo per gli intolleranti. Obiettivi che ci hanno permesso di partecipare a un partenariato costituito da una multinazionale Svizzera che produce tecnologia per la trasformazione degli alimenti e dall’Università di Zurigo. Da questa collaborazione abbiamo cominciato a introdurre sul mercato della pasta una tecnologia innovativa che permette alla farina di potersi consolidare in un impasto solido per diventare pasta attraverso un’azione termica e fisica come non si era mai vista prima.

Parliamo del valore dell’innovazione
Certamente la continua ricerca e lo studio, soprattutto degli ingredienti, sono alla base anche dell’apertura del nostro pastificio che ci ha permesso di entrare come trasformatori nel mondo della produzione agroindustriale. Con l’obiettivo non solo di trovare un vantaggio competitivo in un mercato globale dove la standardizzazione dei prodotti rende sempre più difficile l’unicità di un produttore, ma anche di mettere al primo posto delle politiche aziendali il consumatore. Guardiamo, infatti, ai 17 obiettivi contenuti nell’Agenda 2030 ONU di Parigi per lo sviluppo sostenibile, soprattutto per quello che riguarda la produzione e il consumo consapevole delle persone.
Nella cosiddetta “economia delle relazioni” il consumatore non è il punto finale ma colui attorno al quale costruire la produzione e l’innovazione che servono.
Il consumatore è sempre più esigente, analizza con attenzione le indicazioni descritte sui packaging, fa ricerche, chiede conto di quali siano i metodi di trasformazione e i processi di filiera, si interessa degli aspetti etici che stanno dietro al prodotto. Per questo puntiamo ad agire nel mondo complesso dell’agroindustria per trasformare l’alimento e dare al consumatore ciò che si aspetta a un prezzo equo. Con una circolarità presente tanto nelle diverse fasi di produzione, quanto nella filiera e nella logistica, per finire nella distribuzione al dettaglio. All’interno di questo business model circolare abbiamo unito i fattori ecosistemici e gli stakeholder, in maniera tale da mappare gli impatti negativi. E, anche per questo, abbiamo avviato una partnership con l’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo costituendo con tutti i nostri fornitori un patto di filiera che prevede l’individuazione di obiettivi legati allo sviluppo sostenibile.

Questo è esattamente ciò che chiede il modello di rendicontazione europea, ovvero non solo di misurare i propri obiettivi di sostenibilità come azienda ma di farlo per l’intera filiera.
Per due anni non abbiamo imposto disciplinari tecnici ai nostri fornitori, ma da quest’anno abbiamo preteso, all’interno di questo partenariato, l’individuazione di alcuni obiettivi comuni. Ciò significa mettere tutta la filiera nelle condizioni di prendere impegni verso il consumatore lavorando sul concetto di catena di fornitura per trasformarla in una rete che crea valore.
Come entra l’economia circolare nel mondo Andriani?
Cinque anni fa abbiamo sottoscritto il nostro primo piano strategico di sostenibilità che ci ha visti sviluppare 120 attività in grado di lavorare su tutti i 17 obiettivi dell’Agenda ONU. Anche se ci era stato consigliato di concentrarci solo su alcuni di questi obiettivi, abbiamo scelto di operare su tutti in quanto estremamente collegati tra loro. Dal punto di vista della dimensione ambientale, ad esempio, la carbon neutrality e la riduzione degli sprechi sono due macro obiettivi importanti per un’azienda di trasformazione che non possono essere disgiunti però dalla dimensione sociale ed economica.
Come inserire tutto questo nella governance non solo aziendale ma anche sociale?
Consideriamo uno dei principi base dell’economia circolare, ovvero la trasformare degli scarti in materia prima utile a creare nuovi prodotti. La nostra strategia prevede la mappatura di tutti gli scarti, gli sprechi e i reflui di lavorazione per capire come riutilizzarli. Il primo progetto in questo senso ha riguardato l’alga spirulina. Il riutilizzo delle acque reflue di lavorazione opportunamente purificate diventano, quindi, il letto di semina per la coltivazione dell’alga consentendoci da un lato di ridurre lo spreco dell’acqua e dall’altro di produrre un nuovo alimento funzionale. Contestualmente, per ogni chilo di spirulina che produciamo assorbiamo 1,8 chili di CO2 dall’atmosfera. In questa direzione, l’anno prossimo partiamo con un progetto interno di CO2 Capture che ci vedrà installare un impianto per la sua cattura sia dai camini degli essiccatori della pasta, sia dal camino dell’impianto di trigenerazione, sia da quello della caldaia a biomassa. La CO2 verrà liquefatta e riutilizzata nei processi produttivi, in parte anche per sanificare in modo non chimico il prodotto agricolo da campagna.

Altri esempi?
Tutti gli scarti dell’agricoltura, del mulino, o dalla fase di pastificazione delle leguminose, saranno riutilizzati per produrre un alimento funzionale per cani, completo e 100% vegano, con l’aggiunta anche dell’alga spirulina. Abbiamo, poi, altri progetti di economia circolare che ci vedono impegnati con la filiera della produzione del biometano, oltre che uno dedicato alla pirolisi unita alla biodigestione anaerobica, progetto in cui gli input saranno gli scarti e gli output saranno in parte gli aromi da poter utilizzare negli alimenti e in parte una materia attiva per la produzione di idrogeno e di carbone vegetale. Un ulteriore progetto che ci vede protagonisti consiste nel riutilizzo dei nostri scarti di lavorazione e di plastica per la produzione di una mescola capace di creare un legno rigido, il cosìddetto wood plastic composite.
In questo momento parlare di cibo significa parlare di cosa?
Parlare di cibo e della sua assunzione significa parlare di approccio alla vita: il cibo costruisce le culture, influenza le generazioni, le dinamiche economiche, l’ecosistema. Allo stesso tempo rappresenta anche il piacere di stare assieme e costruisce quelle relazioni che altrimenti non si sarebbero mai costruite.

Parliamo della quarta dimensione della sostenibilità, quella nutrizionale.
La sostenibilità nutrizionale esiste nel momento in cui riusciamo a creare un impatto positivo sulla natura. Gli obiettivi interni devono fare in modo che migliori non solo la condizione del singolo, ma l’ecosistema di cui la persona si nutre. Se riusciamo a restituire al nostro organismo tutti i macrobioti necessari, visto che attualmente abbiamo un centesimo della flora batterica rispetto a cent’anni fa, utilizzeremo meno medicinali, riusciremo ad avere un organismo più preparato, staremo meglio a livello psicofisico e impatteremo meno sull’economia.






