a cura di
Laboratorio di Sostenibilità ed Economia Circolare
Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo
(Elena Corcione, Elisa Talpo e Isaac Perez)
Accedere al cibo in quantità e qualità sufficienti e adeguate è un diritto umano. Già la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948 e il Patto sui Diritti Economici, Sociali e Culturali del 1966, ne sancivano formalmente l’esistenza. E tuttavia ancora oggi è uno dei diritti umani di più difficile realizzazione e l’obiettivo “zero hunger” resta tra le priorità degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. La recente crisi pandemica ha, anzi, acuito il problema dell’accesso al cibo per milioni di individui: secondo lo Special Rapporteur sul diritto al cibo delle Nazioni Unite, nel solo 2020 il numero di persone che non hanno avuto accesso ad un cibo adeguato è cresciuta da 320 milioni a 2,4 miliardi, interessando un terzo della popolazione mondiale.
Il concetto di diritto umano al cibo ci rimanda immediatamente all’idea di avere una giusta quantità di cibo; insomma, il diritto ad essere liberi da qualsiasi forma di denutrizione e malnutrizione. Siamo abituati a pensare al diritto al cibo come realizzazione della cosiddetta food security. Ma il diritto al cibo è anche diritto alla qualità del cibo: può dirsi pienamente realizzato solo se si ha accesso ad un cibo sicuro dal punto di vista degli effetti sulla salute. È chiaro quindi che dal punto di vista dei diritti umani, la sicurezza di avere cibo non è sufficiente di per sé; quando si parla di diritti umani, food safety e food security sono due aspetti inseparabili di un unico diritto fondamentale.
E tuttavia, ancora oggi i sistemi alimentari globali come li conosciamo, non sono stati in grado di far fronte all’esigenza di garantire cibo in quantità e qualità adeguate per tutti. Il cibo, visto come commodity, lega inestricabilmente la produzione alimentare ad una iperproduttività in ottica consumistica. È ormai evidente come l’aumento della produttività agroalimentare non sia la chiave per garantire il diritto al cibo a quante più persone possibili. Alla radice di fame e malnutrizione non c’è infatti una carenza di cibo, ma un problema di accesso al cibo, dovuto principalmente alla povertà e alla dilagante disuguaglianza, che il sistema industriale di produzione alimentare non fa che perpetuare essendo essa stessa causa di food insecurity per milioni di persone.
La sicurezza alimentare è non solo la condizione necessaria, ma anche il fine ultimo di sistemi alimentari sostenibili, che si intendono come sistemi alimentari che garantiscono la sicurezza alimentare per tutti, allo stesso tempo non compromettendo le basi economiche, sociali e ambientali necessarie a generare sicurezza alimentare per le generazioni future e non interferiscano con il godimento di altri diritti umani.
Per venire incontro alla crescente domanda di cibo da parte di una popolazione mondiale sempre più numerosa, garantendo che questo sia sufficiente in quantità e in qualità, occorre quindi un ripensamento dei sistemi alimentari globali in chiave di sostenibilità.
La produzione alimentare ad oggi è invece ancora votata alla massimizzazione della produttività e dell’efficienza, al minor costo possibile, largamente fondata sull’agricoltura industriale e intensiva, a sua volta costituita principalmente da monocolture, allevamenti intensivi, lavorazione industriale del cibo e distribuzione di massa.
Un simile modello genera storture che si riflettono sulla sicurezza alimentare globale. Il settore agroalimentare vede impiegato il 70% del lavoro minorile a livello mondiale, favorendo povertà e disuguaglianze. Le monocolture largamente utilizzate dipendono dall’utilizzo di fertilizzanti e pesticidi, che hanno un impatto sugli agricoltori e sulle comunità rurali. Le stesse monocolture che, nel breve periodo garantiscono una produzione più veloce, creano disastri ecologici insostenibili sul lungo termine. Gli allevamenti intensivi hanno incrementato il rischio di pandemie e favorito il prosperare di condizioni di lavoro inaccettabili e abusi ambientali. Gli stessi lavoratori agricoli sono tra i più esposti all’insicurezza alimentare, proprio per la diffusa povertà dovuta alle precarie condizioni di lavoro. L’agricoltura intensiva è inoltre una delle principali fonti di emissioni di gas serra e degrado ambientale.
Quando parliamo di cibo sicuro occorre quindi sempre domandarsi: sicuro per chi? Il modo in cui produciamo e consumiamo il cibo riflette una visione parziale ed eurocentrica dei global food systems, in cui la sicurezza del cibo, intesa sia come cibo adeguato che come cibo non dannoso per la salute, di chi lo produce oltre che di chi lo consuma, è garantita solo per una parte della popolazione mondiale.
Il percorso verso la realizzazione di una vera sicurezza alimentare per tutti è ancora lungo e insidioso. Esso non sarà possibile se non ripensando radicalmente il sistema di produzione del cibo a livello globale, in un’ottica di sostenibilità ambientale e sociale che punti a rimuovere le radici profonde delle disuguaglianze che oggi costituiscono il principale ostacolo alla realizzazione piena del diritto al cibo per tutti.
Bibliografia e sitografia
Committee on Economic Social and Cultural Rights (1999), General Comment n. 12: the right to adequate food, UN Doc. E/C.12/1999/5
High Level Panel of Experts on Food Security and Nutrition (2017), Nutrition and Food Systems
Human Rights Council (2017), Report of the Special Rapporteur on the Right to Food, UN Doc. A/HRC/34/38
ILO-UNICEF (2021) , Child Labour: Global estimates 2020, trends and the road forward
UN General Assembly (2018), Interim Report of the Special Rapporteur on the Right to Food, UNGA Doc. A/73/174UN General Assembly (2021) — Interim report of the Special Rapporteur on the Right to Food, Michael Fakhri, UNGA Doc. A/76/237




