La risicoltura deve affrontare sia mitigazione che adattamento al cambiamento climatico: dall’edilizia al recupero degli scarti la soluzione può essere nella circolarità
Di Giorgio Kaldor – Materia Rinnovabile

Il riso è tra le colture più importanti al mondo. Base alimentare al centro di tradizioni culinarie secolari – dalla paella spagnola al sushi giapponese, passando da risotto italiano, biryani indiano e arroz sudamericano – questo cereale nutre oltre la metà della popolazione globale, fornendo sostentamento a milioni di agricoltori e rappresentando un vero e proprio pilastro culturale ed economico. La sua produzione è tuttavia profondamente vulnerabile agli effetti del cambiamento climatico mentre, allo stesso tempo, contribuisce significativamente alle emissioni di gas serra e alla degradazione degli ecosistemi.
Ripensare l’intero ciclo di questo alimento e della biomassa che ne deriva è però possibile. L’economia circolare applicata alla risicoltura offre già oggi diverse soluzioni per trasformare – e adattare − un sistema agricolo ad alto impatto in un modello più sostenibile. Il riutilizzo dei sottoprodotti, dall’edilizia alla produzione alimentare, permette infatti di ridurre il rilascio di emissioni climalteranti, creare nuove opportunità economiche e rafforzare la resilienza delle comunità locali.
Riso, vittima e concausa del riscaldamento globale
La risicoltura si trova a un bivio, dovendo affrontare sia mitigazione che adattamento al cambiamento climatico. Lo stesso International Rice Research Institute ha definito il riso come “la coltura più vulnerabile ai futuri cambiamenti climatici“. Sebbene i chicchi che tutti conosciamo siano una fonte di nutrienti per miliardi di persone, la loro produzione risulta infatti sempre più minacciata. Le risaie, che prosperano in ecosistemi a bassa altitudine come i delta, sono vulnerabili a temperature in aumento e all’innalzamento del livello del mare, con il conseguente fenomeno dell’intrusione salina.
Secondo uno studio del 2018 pubblicato sull’Archives of Agronomy and Soil Science, l’aumento della frequenza di ondate di calore potrebbe ridurre i raccolti di riso fino al 40% entro la fine di questo secolo. Ma le sfide non finiscono qui: la pratica comune di inondare i campi di riso favorisce la proliferazione di microbi che rilasciano metano, un gas serra estremamente potente e il secondo maggior responsabile del riscaldamento globale dopo la CO₂. Un kilogrammo di metano ha infatti un impatto climalterante 84-86 volte maggiore dell’anidride carbonica su un arco di 20 anni e 28-34 volte su 100 anni.
A questo proposito, una pratica molto diffusa, la combustione della paglia di riso per liberare spazio nei campi, ha un pesante costo ambientale. L’incendio delle paglie rilascia infatti enormi quantità di CO₂ e metano nell’atmosfera, accelerando ulteriormente i cambiamenti climatici.
Dagli scarti alla bioedilizia: costruire case di riso
“L’Italia è il primo produttore di riso in Europa”, ci spiega Tiziana Monterisi, bioarchitetta e cofounder di Rice House, società benefit piemontese nata nel 2016 che progetta e realizza edifici utilizzando materiali innovativi e completamente naturali derivati dagli scarti della lavorazione del riso. “Certo, se ci confrontiamo con il resto del mondo, può sembrare poca cosa, perché parliamo dello 0,1% della produzione globale. Ma in realtà le quantità di sottoprodotti generate sono molto rilevanti. Per ogni ettaro si ottengono sette tonnellate di cereale, ma si producono anche circa dieci tonnellate di scarti e materiali residui. Parliamo di paglia, argilla, lolla, pula, ceneri, amidi: sono davvero numerosi. Noi abbiamo deciso di focalizzarci soprattutto su due di questi sottoprodotti: la paglia, che rimane sul campo dopo la mietitura, e la lolla di riso, che invece si ottiene durante la lavorazione del chicco.”
La filiera si concentra tra Biella e Pavia, da dove l’azienda raccoglie la materia prima entro 300 chilometri per trasformarla e utilizzarla nei cantieri del Nord Italia e del Canton Ticino, in Svizzera. “La cosa interessante è che quei 2 milioni di tonnellate di scarti hanno sequestrato circa 2,7 milioni di tonnellate di CO₂. Noi certifichiamo questo valore e lo vendiamo alle imprese che vogliono compensare le proprie emissioni”, aggiunge Monterisi.
L’obiettivo è creare un ponte tra due mondi distinti: da una parte l’agricoltura, con i risicoltori che coltivano e raccolgono il cereale, dall’altra l’industria, che trasforma il chicco grezzo in alimento. Durante la lavorazione si generano due sottoprodotti principali: la lolla, ottenuta quando il riso viene lavorato ma resta integrale, e la pula, che si produce invece quando il chicco viene raffinato meccanicamente per diventare riso bianco.
“La produzione di questi sottoprodotti è per noi fondamentale, perché parliamo di circa due milioni di tonnellate ogni anno tra paglia e lolla”, continua Monterisi. “Una quantità davvero enorme. Oggi, una parte di questi materiali viene semplicemente bruciata, soprattutto la lolla, nelle centrali a biomassa. Ma si tratta di un uso poco efficiente: ha un potere calorifico molto basso e la combustione rilascia una grande quantità di ceneri, dovute alla presenza di silice, che è una componente straordinaria da un punto di vista chimico. Invece di bruciarla subito, abbiamo iniziato a costruire mattoni, isolanti, pavimenti e altri prodotti. Solo alla fine della vita utile del materiale si potrà valutare se bruciarlo. Prima lo stocchiamo, anche per cinque, dieci, cinquanta o settant’anni, e intanto costruiamo una filiera che consideri la combustione solo come ultima opzione, quando il prodotto non è più riciclabile o non può più tornare in campo.”
Un principio che guida l’intero progetto e diventa snodo della filiera. “Raccogliamo la materia prima e la portiamo oggi in dodici centri di trasformazione. A seconda del prodotto, abbiamo impianti specifici: c’è chi realizza mattoni, chi produce prefabbricati, chi utilizza la lolla per l’insufflaggio e chi fabbrica pannelli isolanti. Dietro ogni categoria di prodotto c’è un’industria italiana.” Il prodotto finito, una volta pronto, arriva sul mercato, ma non solo quello edile. “E oggi stiamo sviluppando tantissimi oggetti di design, come lampade e vasi, e accessori come borse, grazie a un nuovo tessuto.”
Dal riso ai funghi: la paglia come risorsa, non rifiuto
Dall’altra parte del mondo, nella provincia vietnamita di Dong Thap, nel distretto di Thanh Binh, i piccoli agricoltori della Cooperativa Tan Binh hanno invece trovato un modo innovativo per trasformare la paglia di riso in una risorsa preziosa grazie alla coltivazione di funghi. All’interno del programma “Sviluppare una filiera del riso sostenibile per i piccoli agricoltori della provincia di Dong Thap”, promosso dalla ONG Rikolto insieme al Dipartimento provinciale per lo sviluppo rurale, la cooperativa ha avviato un ciclo produttivo basato sull’agricoltura rigenerativa che dà nuova vita agli scarti. Raccolta e lavorata, la paglia viene utilizzata come substrato per coltivare, appunto, “funghi di paglia”, una varietà pregiata e molto richiesta sul mercato.
“Secondo il Ministero dell’agricoltura vietnamita, ogni anno il Vietnam produce circa 43 milioni di tonnellate di riso, pari al volume di lolla di riso generato”, ci spiega Nguyen Tuan Anh, Rice Programme Officer di Rikolto. Mentre la Cina resta la prima produttrice mondiale, il Vietnam è il terzo esportatore, dopo India e Thailandia. “Nella zona ci sono molti fiumi, il che rende difficile per gli agricoltori tenere la paglia separata dalle risaie. Questo richiede alti costi di trasporto, quindi gli agricoltori di solito scelgono di bruciarla per risparmiare. Il modello di coltivazione dei funghi è un’opportunità economica promettente perché questa tecnica è stata popolare tra gli agricoltori vietnamiti negli ultimi trent’anni. Gli agricoltori la conoscono bene e, data l’abbondanza di sottoprodotti di lavorazione, possono facilmente utilizzare questa risorsa disponibile. Offre bassi costi di produzione ed è accessibile nei campi di tutto il paese.”
In appena 45 giorni, la cooperativa è riuscita così a trasformare 500 balle di paglia (circa 10 tonnellate) in 700 chilogrammi di funghi, generando un profitto di 7,4 milioni di dong vietnamiti (circa 284 euro). Inoltre, i residui della coltivazione, arricchiti di sostanze organiche, sono stati riconvertiti in fertilizzante naturale, riportando nutrienti nei campi e riducendo la necessità di concimi chimici. Anche questa seconda vita della paglia ha fruttato alla cooperativa altri 4 milioni di dong (154 euro). Si tratta di un progetto pilota, che però non solo risolve il problema di gestione dei residui agricoli, ma crea nuove opportunità economiche per i piccoli agricoltori e rafforza la sostenibilità ambientale della produzione di riso, in linea con gli standard internazionali della Sustainable Rice Platform (SRP).
In copertina foto di Sergio Camalich da Unsplash




